Le nostre guide


Il cambio di sesso anagrafico anche in assenza di intervento chirurgico.

L’ultima persona che si è vista riconoscere un diritto inalienabile, in ordine di tempo, si chiama Alessia: pochi giorni fa una sentenza del Tribunale di Bari le ha permesso la riattribuzione anagrafica del sesso anche in assenza di un intervento chirurgico.

Parliamo di questo caso e del percorso di riattribuzione anagrafica del sesso (anche) in assenza di intervento chirurgico in una breve guida pubblicata oggi su Gay Post.

Se volete maggiori informazioni sul tema dell’omogenitorialità e/o un primo orientamento legale scriveteci a info@gaylex.it


Le guide di GAY LEX: come unirsi civilmente alla luce del decreto provvisorio?

Ieri è trapelato quello dovrebbe essere il testo del decreto attuativo provvisorio per le unioni civili.
Cerchiamo di capire un po’ meglio come funzioneranno le cose.

La richiesta è regolamentata dall’art.1: viene fatta da due persone maggiorenni dello stesso sesso davanti all’ufficiale di stato civile incaricato del comune di loro scelta.
Nella richiesta ciascuna parte deve dichiarare nome e cognome, luogo e data di nascita, cittadinanza, luogo di residenza e insussistenza delle cause impeditive la costituzione dell’unione civile.
L’ufficiale redige processo verbale della richiesta e lo sottoscrive insieme ai contraenti, fissando una data concordata con le parti per la costituzione dell’unione.

L’ufficiale di stato civile entro 15 giorni dalla richiesta verificherà l’esattezza delle dichiarazione (art. 2) eventualmente acquisendo d’ufficio documenti necessari.
Non è chiaro, da quello che è trapelato, se come per il matrimonio bisognerà presentare documentazione quali il certificato di nascita e il certificato di stato libero e il titolo di valido soggiorno in Italia, o se provvederà a richiedere questi documenti con discrezionalità ciascun comune (ovviamente questo particolare è di non poco conto per le coppie di cui almeno uno dei due contraenti non è cittadino italiano – si veda oltre all’art. 8).

Nell’art. 3 si parla della cerimonia: sarà una dichiarazione pubblica davanti all’ufficiale di stato civile e a due testimoni e ne verrà redatto apposito processo verbale. Verranno letti gli articoli 11 e 12 della legge 76 del 2016. Le parti potranno scegliere il regime di separazione dei beni (se non lo dichiareranno in automatico ci sarà la comunione).
Si tratta dunque – seppur normata in modo sintetico – di una vera e propria cerimonia: ampia discrezionalità sulle modalità viene lasciata ai singoli comuni su come svolgerla, pur in presenza di requisiti minimi.
Sempre nello stesso articolo emerge uno dei dati più interessanti e controversi: le unioni civili andranno iscritte in un registro provvisorio delle unioni civili”. Sarà importante capire poi se i decreti attuativi definitivi manterranno un registro separato o se faranno confluire invece, come si auspica, le unioni civili nei registri matrimoniali.

La scelta del cognome comune familiare, opzionale, è prevista all’art. 4.

All’art. 5 invece si norma la situazione di cambio di sesso di uno dei coniugi e della possibilità di tramutare l’unione civile in matrimonio con dichiarazione concorde di entrambe le parti davanti all’ufficiale di stato civile del comune nel quale fu iscritto o trascritto il matrimonio.

Il riferimento all’art. 6 appare certamente poco chiaro in quanto nel trattare l’argomento dello scioglimento dell’unione civile si fa riferimento alla negoziazione assistita prevista dalla legge 132/2014, normalmente riservata alle separazioni, non previste nel caso delle unioni civili. Alla lettura del testo completo del decreto seguirà certamente un nostro approfondimento sul tema.

All’art. 7 si fa riferimento al rilascio dei documenti e dello stato civile che risulterà quello di “unito/unita civilmente”. Questa formulazione così specifica desta alcune perplessità rispetto la tutela della privacy per dati sensibili quale l’orientamento sessuale.

L’art. 8, inizialmente non  trapelato, è uno dei più importanti perché regola da un lato leunioni civili concluse all’estero nelle ambasciate e nei consolati secondo la legge italiana (comma 1), dall’altro la trascrizione dei matrimoni contratti all’estero (comma 3): in merito a questo la scelta del ministero dell’interno è stata quella di “degradare” il matrimonio a unione civile con l’iscrizione nel registro provvisorio delle unioni civili” e l’acquisizione immediata – dal momento dell’iscrizione – degli effetti prodotti dalle unioni civili.
Il comma 2, invece, sembra essere certamente la più problematica perché – secondo quanto riportato dal Corriere della Sera – il cittadino straniero che voglia unirsi civilmente deve presentare “una dichiarazione dell’autorità competente del proprio Paese dalla quale risulti che, giusta le leggi cui è sottoposto, nulla osta nell’unione civile”. Questo comma ovviamente pone non pochi problemi per quei cittadini di paesi in cui il matrimonio o le unioni civili omosessuali sono vietate, se non addirittura l’omosessualità sia un reato e dunque dichiararsi omosessuali potrebbe ipoteticamente mettere in pericolo la loro incolumità. Bisognerà capire quali saranno le soluzioni adottate in questo campo e se le amministrazioni comunali in questi casi valuteranno di procedere comunque (previa la presentazione del diniego del nullaosta e/o di una semplice dichiarazione) o se si dovrà adire un Tribunale. Ci auguriamo in ogni caso che nei decreti attuativi finali questa problematica venga trattata e risolta (e intanto consigliamo le coppie con un cittadino straniero di rivolgersi a legali competenti che possano supportarli).

L’art. 9 disciplina la costituzione del già citato “ registroprovvisorio delle unioni civili” entro 5 giorni dalla pubblicazione del decreto.

Non appena il decreto avrà passato il vaglio del Consiglio di Stato e della Corte dei Conti sarà dunque finalmente possibile celebrare le unioni civili con queste modalità che resteranno operative fino all’entrata dei decreti attuativi definitivi, così come previsto dalla legge 76/2016 e dalle disposizioni finali di questo decreto “ponte”.

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LE GUIDE DI GAY LEX: COSA È CAMBIATO PER I PARTNER STRANIERI CON LA LEGGE SULLE UNIONI CIVILI

Dopo aver letteralmente sofferto per mesi (ma forse sarebbe meglio dire oltre 30 anni) per l’approvazione della legge sulle unioni civili, è bello vedere come la legge 76/2016 (seppur menomata in alcune parti) abbia degli importanti riflessi pratici sulla vita delle persone.

È di pochissimi giorni fa la notizia della sentenza n.44182/2016 della Prima sezione Penale della Corte di Cassazione che, applicando la “legge Cirinnà” ha revocato l’espulsione inflitta dal Tribunale di Sorveglianza di Torino nel dicembre 2014 ad un cittadino marocchino.

Avevamo già spiegato qualche settimana fa come in tema di diritto dell’immigrazione l’unione civile estenda al partner straniero gli stessi diritti previsti con il matrimonio. Questa interpretazione è stata poi confermata negli schemi dei decreti attuativi.
Con questa sentenza la Corte di Cassazione va oltre perché ritiene che sia sufficiente ad “acquisire lo status familiare riconosciuto dalla legge” (utile ad evitare l’espulsione) anche una convivenza di fatto così come prevista nella seconda parte della legge 76/2016, per coppie sia omosessuali che eterosessuali (come in questo caso specifico).
Il Tribunale di Sorveglianza di Torino a cui è stato rimesso il caso, dunque, dovrà applicare il principio di diritto affermato dalla Suprema Corte per cui “la convivenza dello straniero con una cittadina italiana riconosciuta con contratto di convivenza disciplinato dalla legge 20 maggio 2016 numero 76 è ostativa all’espulsione a titolo di misura alternativa alla detenzione (…) e tale causa ostativa deve essere valutata se sussistente o meno al momento in cui l’espulsione viene messa in esecuzione”.

In coda è importante poi rilevare come la Suprema Corte parli della legge sulle unioni civili come di “nuove regole accolte dall’opinione pubblica, dagli operatori e dai teorici del diritto come una disciplina epocale”.

LE GUIDE DI GAY LEX: SESSO CON MINORI, COSA DICE LA LEGGE?

L’età del consenso è, in termini giuridici, l’età a cui una persona è considerata capace di dare un consenso informato ad avere rapporti sessuali.

Essa varia di nazione in nazione; la media oscilla fra i 14 e i 16 anni, con punte verso il basso di 12 (come in Mexico) e verso l’alto di 19 o 20. In alcune nazioni il concetto legale di “età del consenso” è del tutto assente e ci sono stati dove l’età del consenso è differente tra i rapporti eterosessuali e quelli omosessuali. In Austria, ad esempio, è stata abolita tale discriminazione (contenuta nell’art. 209 del codice penale) sono nel 2003 dopo numerosi richiami delle Istituzioni della Comunità Europea.

In Italia, a differenza di quanto accade ancora in alcune nazioni, la legge non distingue fra età del consenso per gli atti eterosessuali e per quelli omosessuali. Inoltre è uguale sia per i maschi che per le femmine. In Italia l’età del consenso è 14 anni. Sale a 16 anni se uno dei due partner ha qualche forma di autorità o convivenza sul/la partner più giovane (ad esempio nel caso di insegnanti, catechisti, educatori, assistenti sociali, medici curanti, e pubblici ufficiali nell’esercizio delle loro funzioni). Sale ulteriormente a 18 anni se il fatto è commesso da un genitore (anche adottivo), da un ascendente, o da un convivente di questi ultimi. Invece, scende a 13 anni nel caso in cui i partner siano entrambi minorenni e la differenza d’età tra loro non sia superiore a tre anni, e quindi, nel caso in cui il tredicenne compia 14 anni prima che il partner diventi maggiorenne. Qualsiasi atto sessuale compiutosi con una persona di minore età rispetto a quella prevista (a seconda dei casi riportati sopra) è considerata reato anche se il minore è consenziente: in quest’ultimo caso, infatti, si identifica il reato di atti sessuale con minorenne riconosciuto dall’articolo 609 quater del Codice Penale, perseguibile penalmente secondo le modalità descritte dall’articolo 609 septies.

Sono oltretutto considerate aggravanti gli atti sessuali compiuti su minori di 10 anni, e in questo caso si procede sempre d’ufficio, senza che sia necessaria una querela. È inoltre illegale compiere atti sessuali in presenza di una persona minore degli anni 14 con l’intenzione di farla assistere, anche se la persona minorenne non partecipa a questi atti: in questo caso sussiste il reato di corruzione di minorenne ai sensi dell’articolo 609 quinquies.
Infine, la legge non permette di offrire denaro a un/a minorenne per indurla/o ad atti sessuali, pertanto sono illegali i rapporti di prostituzione con una persona minore di 18 anni. La verifica dell’età del/la partner minore spetta al/la partner eventualmente maggiorenne. L’articolo 609 sexies specifica che “il colpevole non può invocare, a propria scusa, l’ignoranza dell’età della persona offesa”. È inoltre scontato il fatto che i rapporti senza il consenso di entrambe le parti sono sempre vietati, a qualunque età: in questo caso, infatti, si parla di vera e propria violenza sessuale (vi rientrano anche le eventuali molestie), riconosciuta come reato dall’articolo 609 bis del Codice Penale, perseguibile (come i precedenti reati) nelle modalità descritte dall’articolo 609 septies. E’ sempre perseguibile d’ufficio se viene commessa nei confronti di una persona al di sotto dei 18 anni (quindi, su un/una minorenne).

È da notare che con le modifiche apportate con la Legge 6 febbraio 2006, n. 38 all’articolo 600-ter primo comma del codice penale (che punisce la produzione di materiale pornografico con minori) sono ora considerate reato anche le riprese o fotografie “pornografiche” realizzate consenzientemente, anche se senza fine di diffusione, da persone che abbiano raggiunto l’età del consenso, ma di cui almeno una sia ancora minorenne (o da un singolo minore), pur essendo teoricamente le attività sessuali raffigurate perfettamente legali dal punto di vista dell’età del consenso.

LE GUIDE DI GAY LEX: SESSO IN AUTO, COSA SI RISCHIA?

 

Un nostro lettore ci chiede cosa rischia a fare sesso nei cruising all’aperto, avendo letto che qualche mese fa il reato di atti osceni in luogo pubblico è stato depenalizzato.
Con questa guida proveremo a rispondere a lui e ai tanti e alle tante che si pongono interrogativi simili.

Con il decreto legislativo n.8 del 15 gennaio 2016, in effetti, il reato di atti osceni in luogo pubblico, previsto dall’art. 527 del codice penale è stato depenalizzato, diventando illecito amministrativo. Ma cerchiamo di capire un po’ meglio cosa comporti questa novità legislativa sfatando dei falsi miti.

Fino a poco tempo fa l’art. 527 del codice penale considerava reato il compimento di atti osceni in luogo pubblico disponendo che “chiunque, in luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, compie atti osceni, è punito con la reclusione da 3 mesi a 3 anni”.
Oggi il testo dellart. 527 è il seguente:
Chiunque, in luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, compie atti osceni è soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5.000 a euro 30.000.
Si applica la pena della reclusione da quattro mesi a quattro anni e sei mesi se il fatto è commesso all’interno o nelle immediate vicinanze di luoghi abitualmente frequentati da minori e se da ciò deriva il pericolo che essi vi assistano.
Se il fatto avviene per colpa, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 51 a euro 309.”

Gli atti osceni dunque sono stati sì depenalizzati, ma lo Stato ha deciso di “fare cassa” e vengono ora puniti con la sanzione amministrativa pecuniaria che va da euro 5.000 a euro 30.000 (ed è di pochi giorni fa la notizia di una maxi multa in Emilia-Romagna).
Se però gli atti osceni sono compiuti vicino a luoghi frequentati da minori e c’è il pericolo che essi vi assistano, persiste il reato la pena è della reclusione da quattro mesi a quattro anni e sei mesi. Il reato in questo caso è procedibile d’ufficio ed è previsto se necessario anche l’arresto.

sesso-in-macchina-atti-osceni-in-luogo-pubblicoMa cosa sono dunque gli atti osceni?
La nozione è davvero molto generica e lasciata spesso (ahinoi) all’apprezzamento del singolo Giudice. Si considerano infatti osceni gli atti e gli oggetti che, secondo il comune sentimento (che come sappiamo non è poi così omogeneo), offendono il pudore (art. 529 c.p.). Mentre non si considerano oscene le opere d’arte o di scienza, “salvo che, per motivo diverso da quello di studio, sia offerta in vendita, venduta o comunque procurata a persona minore degli anni diciotto”.

E cosa si intende infine per luogo pubblico?
Anche in questo caso la nozione è molto generica ed è stata considerata in modo molto ampia dalla Giurisprudenza.
Per configurare il reato infatti non si considerano soltanto luoghi pubblici ma anche luoghi aperti al pubblico e in alcuni casi perfino luoghi privati ma accessibili, come ad esempio nel caso di uno studio dove viene effettuata una visita medica (si veda la Sentenza di Cassazione n. 46184 del 2013). Appartarsi in auto in un luogo isolato non fa venire meno la nozione di luogo pubblico e dunque si rischia di incorrere anche in quel caso nella sanzione.

Dagli atti osceni in luogo pubblico vanno poi distinti gli atti contrari alla pubblica decenza (art. 726 c.p.) – anch’essi depenalizzati – di cui molto probabilmente parleremo più avanti in separata guida, anche perché in alcuni casi invocati durante alcuni Pride.

In definitiva, per concludere, capiamo bene quanto possa essere eccitante – per esempio – fare sesso o masturbarsi all’aperto ma… occhio alle conseguenze, che come avete letto non sono di poco conto!

LE GUIDE DI GAY LEX: FINALMENTE IL COGNOME MATERNO ANCHE IN ITALIA

Un’altra importante vittoria delle donne, e in generale un’importante affermazione del progresso culturale.
La notizia è di pochi giorni fa: la Corte costituzionale ha accolto il ricorso presentato dalla Corte di Appello di Genova sulla possibilità di dare il cognome della madre ai figli, dichiarando l’illegittimità costituzionale della norma «che prevede l’automatica attribuzione del cognome paterno al figlio legittimo, in presenza di una diversa volontà dei genitori». All’origine del ricorso dei giudici genovesi (per violazione di una serie di diritti costituzionali come quello all’identità personale e di pari dignità dei genitori), una causa promossa da una coppia italo-brasiliana dopo il rifiuto da parte dell’ufficiale di Stato civile di apporre al loro figlio, nato nel 2012, anche il cognome della madre.

Ma esattamente quale è la norma contestata e sulla quale si è pronunciata la Consulta?
Si tratta di una “norma implicita“, non prevista espressamente dall’ordinamento ma desumibile da alcuni articoli del Codice civile, da un Regio decreto del 1939 (!) e da un decreto del presidente della Repubblica del 2000, che in pratica dispongono l’attribuzione automatica del cognome paterno ai figli legittimi nati dal matrimonio anche se i genitori sono concordi ad attribuire al minore entrambi i cognomi.

Già nel 2006 la Corte Costituzionale aveva trattato un caso simile, in cui si chiedeva di sostituire il cognome materno a quello paterno: in quell’occasione i giudici, pur definendo l’attribuzione automatica del cognome paterno un «retaggio di una concezione patriarcale della famiglia», dichiararono inammissibile la questione sottolineando come spettasse al legislatore trovare una soluzione normativa al problema e invitando il Parlamento a legiferare al più presto in materia.
Invito che è caduto nel vuoto: infatti ad oggi nessuna innovazione legislativa è stata introdotta dal Parlamento e l’ultimo disegno di legge in ordine di tempo, giace in Commissione Giustizia al Senato dal 2014.

Il relatore Sergio Lo Giudice (Pd) ha però annunciato la presentazione a breve di un nuovo testo base, con modifiche alle norme approvate da Montecitorio e basate sulla possibilità per i genitori di assegnare al momento della dichiarazione di nascita presso gli uffici di Stato civile alternativamente, il cognome del padre, quello della madre o di entrambi. L’ordine sarebbe quello concordato dai genitori o, in caso di mancato accordo, in ordine alfabetico.
Questa spinta innovativa arriva dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona (che vieta ogni discriminazione fondata sul sesso) e una condanna all’Italia della Corte di Strasburgo del 2014 per violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo per la mancanza, nel nostro ordinamento, di una deroga all’automatica attribuzione del cognome paterno.

Ma come era (ed è) possibile, ad oggi, aggiungere il cognome materno a quello paterno?
Alcune coppie non sposate ricorrevano ad un “escamotage”: il bambino nasceva senza essere riconosciuto dal padre e prendeva dunque il cognome della madre. Successivamente il padre lo riconosceva e dunque il proprio cognome veniva aggiunto.
Altra modalità, negli anni divenuta sempre più usuale, è quella del ricorso al Prefetto.
La procedura utilizzata è quella prevista dal DPR 396/2000 (come modificato dal DPR 24.02.2012) per il cambio del cognome. Il DPR consente infatti di rivolgersi alla Prefettura, per cambiare il cognome indicando motivi significativi e rilevanti anche di ordine affettivo (e, quindi per esempio, modificarlo con l’aggiunta del cognome materno). La decisione del Prefetto era (ed è) discrezionale, ma negli anni si è assistito ad una propensione sempre maggiore dell’accoglimento delle domande, non solo per la modifica di cognomi ritenuti offensivi, ma anche per l’aggiunta del cognome materno.

Ci si augura che dopo l’importante decisione della Corte Costituzionale l’iter legislativo proceda rapido e che questo diventi un altro piccolo e ulteriore tassello verso l’effettiva e piena parità di genere.

LE GUIDE DI GAY LEX: STALKING, QUALI TUTELE?

 

In questo week-end di contrasto alla violenza sulle donne, non potevamo non affrontare quello che purtroppo è un reato attualissimo e frequente: il delitto di stalking.

Questo delitto nel nostro ordinamento è stato introdotto soltanto nel 2009 (D.L. 11/2009 convertito con L. 38/2009) con l’inserimento nel codice penale dell’art. 612 bis c.p. rubricato come atti persecutori.
Fino a pochi anni fa, quindi, le ipotesi di stalking erano punite attraverso differenti fattispecie di reato, quali ad esempio la molestia, l’ingiuria, la violenza privata, le lesioni etc… L’introduzione della nuova fattispecie delittuosa di “atti persecutori” era però necessaria sia a causa delle oggettive difficoltà che si incontravano nel fronteggiare il fenomeno dello stalking con le predette norme sia per l’obbiettiva consistenza del fenomeno stesso.
Come si evince da un rapporto dettagliatissimo pubblicato dall’Istat nel 2007, più spesso vittime di stalking sono le donne.
donne-stalking-violenzaIl delitto di “atti persecutori” punisce “chiunque, con condotta reiterata, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.

Ma quali sono degli esempi di condotta ascrivibile al reato di stalking secondo la giurisprudenza?
È configurabile la condotta di atti persecutori tramite molestie, ad esempio, nel comportamento di chi reiteratamente invii alla persona offesa “sms” e messaggi di posta elettronica o postali sui “social network”, nonché divulghi attraverso questi ultimi filmati ritraenti rapporti sessuali intrattenuti dall’autore del reato con la medesima (Cassazione penale n. 32404/2010).
Il reato, poi, è stato ravvisato anche nella condotta del condomino consistente nell’abbandono di escrementi davanti alle porte di ingresso delle abitazioni, nel danneggiamento di autovetture, nel versamento di acido muriatico dei locali comuni, nell’immissione di suoni ad alto volume, nella pronuncia di epiteti gravemente ingiuriosi e nell’inserimento di scritti di contenuto delirante nelle cassette postali (C. pen., Sez. V, 9.4.2014, n. 26589).
Quest’ultima pronuncia, ad esempio, ci ricorda molto il triste episodio di due ragazzi gay torinesi perseguitati per mesi da un condomino.

La pena (che è la reclusione dai sei mesi a cinque anni) “è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici” (art. 612 c.p. comma 2) ed è inoltre “aumentata fino alla metà se il fatto è commesso a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità (…) ovvero con armi o da persona travisata.” (art. 612 c.p. comma 3). La pena è aumentata anche nel caso in cui il delitto di stalking sia commesso da un soggetto in precedenza ammonito dal questore (vedi oltre) per condotte persecutorie in danno della stessa vittima.
Il delitto è procedibile a querela della persona offesa, il cui termine di presentazione è di sei mesi (in deroga alla classica previsione di tre mesi). Si procede d’ufficio però nell’ipotesi in cui il fatto sia commesso «nei confronti di un minore o di una persona con disabilità », nonché nell’ipotesi di connessione del fatto con altro delitto procedibile d’ufficio. La querela è irrevocabile «se il fatto è stato commesso mediante minacce reiterate nei modi di cui all’art. 612, secondo comma».
Come spiegavamo qualche settimana fa parlando di femminicidio molti degli inasprimenti sono stati introdotti dal D.L. 93/2013 (contenente “norme per la prevenzione e il contrasto della violenza di genere”).

violenza-sulle-donne-in-italia-cala-il-numero-ma-aumenta-la-gravitaIn coda va segnalato che la riforma del 2009 ha introdotto anche (quello che dovrebbe essere) un efficace strumento deterrente e di prevenzione, l’ammonimento del questore.
L’art. 8 della L.38/2009, infatti, prevede che: «fino a quando non è proposta querela per il reato di cui all’articolo 612-bis c.p. la persona offesa può esporre i fatti all’autorità di pubblica sicurezza avanzando richiesta al questore di ammonimento nei confronti dell’autore della condotta. La richiesta è trasmessa senza ritardo al questore.
Il questore, assunte se necessario informazioni dagli organi investigativi e sentite le persone informate dei fatti, ove ritenga fondata l’istanza, ammonisce oralmente il soggetto nei cui confronti è stato richiesto il provvedimento, invitandolo a tenere una condotta conforme alla legge e redigendo processo verbale.”

Per concludere, qualora riteniate di essere vittime di stalking non prendete tempo e rivolgetevi subito alle autorità per la tutela vostra e dei vostri cari!

 

LE GUIDE DI GAY LEX: DARE DELL’OMOSESSUALE NON È OFFESA?

 

Secondo la Corte di Cassazione, dare dell’omosessuale a qualcuno, anche se non è gay, non è un’offesa e dunque non è un reato.

La notizia è di pochissimi giorni fa: la sentenza Cass. 50659/2016 in qualche modo cancella ogni pregiudizio sull’uso della parola omosessuale. Il caso in questione riguardava due uomini in lite tra loro per motivi legati alla moglie di uno dei due. Uno di loro aveva definito l’altro come “omosessuale” in una precedente querela ed era poi stato condannato per diffamazione il 20 marzo 2015 dal Giudice di pace di Trieste, decisione ribaltata appunto dalla Cassazione. «Nel presente contesto storico il termine “omosessuale”», si legge nella sentenza, non può essere inteso con «un significato intrinsecamente offensivo». tribunaleAl contrario di altri termini – che continuano ad avere, invece, una valenza denigratoria – la parola in questione è pienamente entrata nell’uso, in quanto descrive le «preferenze sessuali dell’individuo» (preferenze sessuali – sic!!!), assumendo così «un carattere neutro» e per questo non è lesiva della reputazione di nessuno, anche nel caso in cui sia rivolta a una persona eterosessuale (come nel caso di specie).

Questo vuol dire che da questo momento in poi qualcuno può dare dell’omosessuale, o peggio del “frocio” o del “culattone” o utilizzare altri termini con intento offensivo e non avere alcuna conseguenza penale?
No, assolutamente no.
Però questa sentenza fa dei distinguo quantomeno discutibili e sarà interessante leggere prossimamente le motivazioni della stessa nei dettagli.

Secondo la Suprema Corte, infatti, «la tipicità della condotta di diffamazione consiste nell’offesa alla reputazione: è dunque necessario che i termini dispiegati o il concetto veicolato, nel caso di comunicazione scritta o orale, siano oggettivamente idonei a ledere la reputazione del soggetto» al quale sono rivolti.
«A differenza di altri appellativi che veicolano il medesimo concetto con chiaro intento denigratorio secondo i canoni del linguaggio corrente, il termine in questione – prosegue il verdetto – assume un carattere di per sé neutro, limitandosi ad attribuire una qualità personale al soggetto evocato ed è in tal senso entrato nell’uso comune». Fin qui tutto chiaro, però poi la sentenza sembrerebbe concludere dicendo che «il termine utilizzato non può ritenersi effettivamente offensivo» nemmeno se pronunciato o scritto con «intento denigratorio».

Sebbene l’intento dei Giudici di Cassazione sia – evidentemente – lodevole, grosse perplessità lascia questa interpretazione per cui il termine “omosessuale” non possa ritenersi effettivamente offensivo nemmeno se pronunciato o scritto con “intento denigratorio” perché, a nostro avviso, bisognerebbe invece valutare in concreto la portata offensiva di ogni singola azione.
Se è vero che le offese evidenti, come quelle segnalate in una guida di pochi mesi fa (dare del “frocio” oppure accostare il termine “gay” a “pedofilo”) continueranno comunque ad essere perseguite, ci si domanda se invece delle azioni offensive meno evidenti in cui si ricorre all’uso della parola “omosessuale” non rischino di non ricevere tutela a seguito di questa sentenza. Ai posteri l’ardua sentenza!

 

LE GUIDE DI GAY LEX: UNIONI CIVILI, PARI DIGNITÀ E DISCRIMINAZIONI

 

La notizia è di questa settimana: con un’ordinanza cautelare depositata lo scorso 7 dicembre, la prima sezione del Tribunale Amministrativo Regionale per il Veneto, ha sospeso il provvedimento del comune di Padova che tentava di introdurre un trattamento differenziato per le unioni civili rispetto ai matrimoni.
bitonci_padovaCon un provvedimento del 16 settembre 2016, la giunta dell’allora sindaco Bitonci aveva designato quali giorni dedicati alla costituzione delle unioni civili soltanto il lunedì, il mercoledì ed il giovedì, a differenza della celebrazione dei matrimoni consentita anche in altre giornate (fra cui, ad esempio, il sabato). L’indicazione di giornate diverse per i due istituti risultava palesemente discriminatoria ed evidentemente creava un grave disagio nella misura in cui costringeva le coppie omosessuali a sposarsi solo in giornate lavorative oppure a optare per altri comuni limitrofi. Lo stesso provvedimento, poi, escludeva senza alcuna ragione l’applicazione estensiva alle unioni civili delle altre norme e consuetudini comunali sulla celebrazione dei matrimoni (quali ad esempio le tariffe o la scelta della sala).

Il TAR del Veneto ha dunque sospeso in via cautelare il provvedimento comunale sino alla decisione definitva, fissando all’udienza di discussione (e nel merito) per il prossimo 5 aprile 2017.
La Corte ha confermato quanto avevamo già anticipato su questo sito: il comma 20 della Legge n. 76 del 2016, infatti, è una sorta di “clausola di salvaguardia” e impone l’estensione alle unioni civili di tutte le norme dell’ordinamento giuridico relative al matrimonio, e dunque anche di quelle emesse dagli enti locali. Ogni disposizione che introduca una differenziazione dal matrimonio è discriminatoria e dunque illegittima per un’evidente violazione di legge.

unioni-civili-parereIl comma 20 della legge Cirinnà, infatti recita espressamente che “al solo fine di assicurare l’effettività della tutela dei diritti e il pieno adempimento degli obblighi derivanti dall’unione civile tra persone dello stesso sesso, le disposizioni che si riferiscono al matrimonio e le disposizioni contenenti le parole «coniuge», «coniugi» o termini equivalenti, ovunque ricorrono nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti nonché negli atti amministrativi e nei contratti collettivi, si applicano anche ad ognuna delle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso“.
Questa clausola di salvaguardia, come dicevamo qualche mese fa, vale per le questioni emerse in questo caso concreto (giorni e orari della cerimonia, sale, tariffe) ma anche per altre modalità di celebrazione quali l’uso di fascia tricolore, lo scambio di anelli etc.

In caso di rifiuti oppure ostruzionismo dunque fate valere le vostre ragioni citando proprio il comma 20 e, qualora l’amministrazione comunale dovesse insistere nel non accogliere le vostre istanze l’unica via resta che quella giudiziaria: non esitate a scriverci a info@gaylex.it

 

LE GUIDE DI GAY LEX: TRASCRIZIONE DI ATTO DI NASCITA STRANIERO CON DUE MADRI

La notizia è di una decina di giorni fa: con un decreto datato 11.11.2016 (e depositato in data 6.12.2016) il Tribunale di Napoli ha stabilito che il certificato di nascita di un bambino nato da due donne sposatesi in Spagna è integralmente trascrivibile.
mamme_adozione_incrociataSecondo il Tribunale, infatti, la trascrizione di entrambe le donne come mamme del bambino e l’attribuzione al piccolo del cognome di entrambe, non è contrario all’ordine pubblico.

Il decreto si inserisce dunque nel solco scavato dalla Sentenza di Cassazione n. 19599/2016 che, come dicevamo qualche settimana fa, rappresenterà di certo un pilastro nell’affermazione dei diritti delle famiglie omogenitoriali e le cui motivazioni faranno a lungo molta giurisprudenza (come già stiamo verificando).
Anche in questo caso non siamo dunque in presenza di un caso di stepchild adoption, ma piuttosto di uno di quei casi che avevamo citato in coda ad una nostra precedente guida: ovvero la trascrizione di un atto di nascita straniero con due madri (o due padri).

Il decreto del Tribunale di Napoli conferma innanzitutto un principio cardine, ovvero che l’interesse del minore debba essere prevalente.

Inoltre è innovativo rispetto alla Sentenza di Cassazione il richiamo che fa il Tribunale all’introduzione della legge sulle unioni civili in Italia. mamme_adozione2Dice infatti la Corte: “l’accertamento della genitorialità fondato su maternità diversa da quella biologica, ma ad essa riconducibile in forza del rapporto esistente tra le due donne” non è incompatibile con l’ordine pubblico nazionale poiché “anche nell’ordinamento nazionale italiano è stato introdotto un istituto, quello delle unioni civili, che certo somiglia alle iustae nuptiae dalle quali sono legate le due donne, e che il vincolo è di portata tale da consentire, nell’interesse del figlio, che si veicoli dall’una all’altra donna, la capacità, già dimostrata nella convivenza di fatto, di svolgere il compito di madre, pur se priva della qualifica di partoriente”.

Altro importante e innovativo richiamo, inoltre, è quello relativo al progetto di genitorialità condiviso nella coppia che risulta anche dalla prestazione del consenso, da parte della madre non biologica, al ricorso alla procreazione medicalmente assistita di tipo eteronomo, valutando dunque un’assunzione di responsabilità come avviene peraltro in base alla legge 40/2004 per le coppie eterosessuali.

A questo punto, a nostro avviso, in assenza di una legge sulla genitorialità omosessuale i Tribunali di ogni ordine e grado sembrano ormai pronti quantomeno a riconoscere dei certificati di nascita con due padri o due madri prodotti in modo assolutamente lineare e legale all’estero, posto che l’obiezione della contrarietà all’ordine pubblico sembra essere (almeno nelle ultime pronunce) ormai definitivamente tramontata!

 

Con un decreto depositato il 28 Dicembre, ma divenuto pubblico solo pochi giorni fa, la Corte d’Appello di Milano ha ordinato all’Ufficiale di Stato civile del capoluogo lombardo di trascrivere i certificati di nascita di due gemelli nati in California grazie alla gestazione per altri e figli di una coppia gay.
Il problema, quando la coppia aveva chiesto la trascrizione, era sorto perché i bimbi risultano gemelli, ma figli biologicamente ognuno di uno dei due papà.

IL PRIMO NO PER QUESTIONI DI “ORDINE PUBBLICO”

L’Ufficiale di Stato civile aveva rifiutato la trascrizione perché nei certificati risultano i cognomi di entrambi i padri (come permette la legge statunitense) e perché nati tramite gpa, tecnica vietata in Italia. Queste circostanze, secondo l’Ufficiale, rendevano la richiesta dei genitori “contraria all’ordine pubblico” per violazione dell’art. 12 comma 6 della legge 40 del 2004.
Questa interpretazione era stata confermata in primo grado dal Tribunale di Milano ed oggi, invece, viene smentita dall’importante decisione della Corte d’Appello.

LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE

Anche questo decreto si inserisce nel solco scavato dalla Sentenza di Cassazione n. 19599/2016 che, come dicevamo qualche settimana fa, rappresenterà di certo un pilastro nell’affermazione dei diritti delle famiglie omogenitoriali e le cui motivazioni faranno a lungo molta giurisprudenza (come già stiamo verificando).
Due in particolari i temi ripresi. Il primo è il concetto cardine per quanto riguarda le decisioni che riguardano i minori, ovvero che l’interesse dei minori debba essere prevalente anche rispetto alle modalità con cui è avvenuto il concepimento.
Il secondo riguarda invece il concetto di ordine pubblico che va valutato non tanto in base ai principi di ordine pubblico interno, ma piuttosto tenuto conto dell’ordine pubblico internazionale rapportato anche alla protezione del superiore interesse del minore.

L’IMPORTANZA DI QUESTA SENTENZA

È evidente che non siamo in presenza della trascrizione di un atto di nascita con due padri (come era stato nel caso di due madri di cui abbia parlato nella precedente guida). Si tratta soltanto della trascrizione di due atti di nascita in cui in ognuno è indicato il padre biologico del relativo gemello. La sentenza riveste comunque una grande importanza per i motivi di cui sopra, e per l’indicare comunque come “gemelli” i due bambini (che peraltro di fatto lo sono, anche se non verranno poi riconosciuti come tali dalla legge italiana). Siamo davanti ad un altro importante tassello per l’affermazione dei diritti delle famiglie omogenitoriali in Italia.

 

LE GUIDE DI GAY LEX: LA PERDITA DALLA RESPONSABILITÀ GENITORIALE

 

Questa settimana ha fatto molto discutere un caso di cronaca riguardante un ragazzino di 13 anni allontanato dalla sua famiglia (in particolare da casa della madre) su decisione del Tribunale per i minorenni del Veneto che ha decretato la decadenza dalla potestà genitoriale di entrambi i genitori. La vicenda ha fatto discutere perché all’interno del provvedimento vi erano anche riferimenti negativi su presunti atteggiamenti effeminati del ragazzino e dunque alcuni media hanno riportato la notizia dicendo che fosse questa la motivazione della decisione (mentre invece ad un’attenta lettura del provvedimento, le motivazioni erano altre e ben più gravi), tanto da scatenare una forte polemica anche successiva.
Con questa guida cercheremo di capire un po’ meglio in cosa consiste la decadenza dalla potestà (o responsabilità) genitoriale e come funziona.

affidamento-dei-figli-in-caso-di-separazionePer prima cosa va detto che perché si verifichi la decadenza della potestà genitoriale è necessario che ci sia un grave pericolo per la salute fisica e psichica del minore. La gravità del rischio è presupposto della decadenza stessa.

La legge che disciplina la decadenza della potestà è l’articolo 330 del Codice Civile (rubricato “decadenza della potestà sui figli”) che recita così: “Il giudice può pronunziare la decadenza della potestà quando il genitore viola o trascura i doveri ad essa inerenti o abusa dei relativi poteri con grave pregiudizio del figlio. In tale caso, per gravi motivi, il giudice può ordinare l’allontanamento del figlio dalla residenza familiare ovvero l’allontanamento del genitore o convivente che maltratta o abusa del minore.

COSA COMPORTA DA UN PUNTO DI VISTA PRATICO LA DECADENZA DALLA POTESTÀ?

La pronuncia di decadenza comporta la sospensione dalla titolarità e dall’esercizio della potestà per il genitore.
Di contro, il genitore continua ad essere gravato di tutti i compiti (primo fra tutti quello di mantenimento) il cui assolvimento non sia incompatibile con gli effetti della pronuncia.
La decadenza della potestà  si verifica solo nei confronti del figlio o dei figli rispetto ai quali il genitore ha violato i suoi doveri, senza che necessariamente si estenda a tutti i fratelli. Lo stesso vale per i figli nati dopo la pronuncia.

figli_potesta_genitorialeQualora il provvedimento riguardi uno solo dei genitori, l’esercizio della potestà spetterà in modo esclusivo all’altro genitore. Se invece riguarda entrambi i genitori, o il genitore esercente in via esclusiva la potestà, verrà nominato un tutore ex art. 343 Codice civile.
La dichiarazione di decadenza della potestà non comporta tuttavia l’interruzione automatica dei rapporti con il genitore dichiarato decaduto, in quanto, l’accertata incapacità di assumere decisioni a favore del figlio, non esclude l’esistenza di sentimenti di affetto validi e sinceri che possono rappresentare una valida risorsa per il minore. Il genitore decaduto dovrà pertanto sottostare alle indicazioni del Tribunale e dei servizi sociali circa i tempi e i modi di frequentazione del figlio; inoltre il suo comportamento sarà in ogni caso soggetto a controllo.

UNA DECISIONE È IRREVERSIBILE?

No. L’art. 332 del Codice Civile, infatti, prevede la “reintegrazione nella potestà“, recitando testualmente: “Il giudice può reintegrare nella potestà il genitore che ne è decaduto, quando, cessate le ragioni per le quali la decadenza è stata pronunciata, è escluso ogni pericolo di pregiudizio per il figlio.

Accanto allo strumento della decadenza – che per ovvie ragioni è stata qui trattata brevemente e cercando di semplificare le nozioni e il procedimento – il Codice Civile prevede comunque anche altri tipi di provvedimenti, che potranno essere in futuro oggetto di approfondimento in un’altra guida.